Elio V. Bartolozzi

Chi è Elio V. Bartolozzi: per coerenza e condivisione, si riporta la presentazione tenuta all’Università Popolare di Sestri Levante il 18 febbraio 1972, dal Prof. C. Brusco, in occasione della pubblicazione della sua prima raccolta di liriche, intitolata “Quadrangolatura” edita dalla stessa Università:

1. Ma questo giovanotto, […] che cosa sta a fare al banco di prova, se qui si sciorinano soltanto i panni dell’Università Popolare?

Sì fatta mi sembra alitare, confusa tra il rimbombo del­la sala dall’acustica incorreggibile, la vostra obiezio­ne, miei cari uditori. La mia risposta? Ciò che è stato detto era necessario che fosse detto e propria in questa sede, benché possa avervi procurato un po’ di tedio: si tratta delle premesse essenziali delle nostre iniziative e poi, nell’economia della serata, della piattaforma introduttiva della presentazione.

«… Orbene, l’incontro odierno, programmato già lo scor­so anno accademico e poi rinviato per motivi organizza­tivi, avviene con una persona riservata per natura, schiva della notorietà, domiciliata in una località appartata, lontana abitualmente dal paese per esigenze di lavoro: una persona quasi sconosciuta nella sua città natia, tranne nel proprio rione di abitazione.

Ma procediamo con ordine e cerchiamo di rispondere al­le domande secondo il questionario standard: Elio V. Bartolozzi chi è? Quadrangolatura quale contenuto pre­senta nella sua impostazione originaria? A tali istanze di rito ho succintamente risposto in precedenza con la pre­fazione al volume pubblicato un anno fa; qui ora si cercherà di sottolineare qualche momento di maggiore in­teresse anagrafico e critico—lettorario al fine di porre nella dovuta evidenza la personalità del poeta e la sua opera.

2. Tutti, almeno una volta credo, siamo stati ospiti di Bartolozzi. Non affermo un paradosso: è la verità! Lo so che quando noi siamo in regola con le tariffe delle Ferrovie dello Stato e queste ci garantiscono l’itinera­rio convenuto col biglietto, non chiediamo di più né ci interessiamo di chi ci abbia partati incolumi dalla sta­zione di partenza a quella d’arrivo; ma quando questo… passaggio ce lo dà una persona nota, sì che riflettiamo e ricordiamo. Così è. Pendolari per Genova o La Spezia ovvero viaggiatori con destinazione extra-regionale, avremo pur percorso in un senso o nell’altro la linea ferroviaria che passa da noi, e, nel campo delle pro­babilità connesse a motivi di turno di servizio, sare­mo anche saliti su un convoglio guidato da un macchi­nista che potrebbe portare il nome di… Elio V. Bartolozzi.

“Già, è lui!”, può darsi che qualcuno dei presenti sussurri a se stesso, ravvisandolo con la memoria, mentre egli, affacciato al finestrino della cabina di guida di un locomotore, attende dal capostazione il via per azionare i vari dispositivi di partenza.

In tale sede operativa l’uomo di questa sera impie­ga giornalmente la sua attività di lavoratore, e ciò porta a constatazioni realistiche. Il settore della sua rètina ritiene binari, viadotti, gallerie, scambi, dischi segnaletici, sinistri passaggi custoditi o me­no; il sistema auditivo riecheggia perennemente del rùgghio dei motori, del cigolare dei freni, del frig­gìo dei pantografi, degli altoparlanti amplificatori, dei rumori inclassificabili delle stazioni. Nell’in­teriore due elementi psichici stimolano la coscienza, affinché essa non allenti la sua vivida presenza: l’attenzione nell’esercizio di precise funzioni e la responsabilità d’uomo con eventuali appendici ammini­strative, civili e penali.

Così sbozzato il quadro, se rivela un aspetto di no­tevole prestazione umana, si presenta quanto mai arido per la vita dello spirito, poeticamente poi discopre una desolante zona controindicata e pertanto la meno adatta per captare l’ispirazione e trasferire i senti­menti in immagini vive. Fra siffatti greti inibenti il libero espandersi dell’animo sboccia, come una viola frammezzo ai pruni, la poesia di Bartolozzi.

Non si insinui il sospetto che una diuturna e assi­milata preparazione scolastica lo sorregga culturalmen­te a superare gli ostacoli letterari, che il mestiere gli dispensa a dovizia. Il suo curriculum scodiorum regolare si esaurisce tutto nell’istruzione di base ampliata con una specializzazione conseguita presso un istituto tecnico locale. Non ostenta etichetta di dottore Bartolozzi, né c’è da dolersi che in Italia, proprio in questi tempi, manchi una laurea!

Al contrario c’è da compiacersi che un giovane, co­stretto prematuramente al lavoro per necessità familia­ri, invece di sbandarsi come oggi troppo spesso si ve­rifica, abbia trovata in sé le risorse di volontà per coltivare da solo e senza guida quegli studi lettera­ri, ai quali di solito sono avviati i figli di ceti ab­bienti. Si ripete nella fattispecie il paradigma di Giovanni Descalzo. L’uno e l’altro, per l’ana­grafe orfani di padre, hanno dovuto conquistarsi l’av­venire faticosamente, affrontando pesanti e non consue­ti noviziati; in arte autodidatti, sono stati sospinti a superare l’ambiente ostico alla poesia e agnostico dei suoi valori mediante l’assecondato impulso inte­riore verso l’ideale.

Il Nastro in particolare, essendosi organizzato con un impiago razionale dal cosiddetto “tempo libero”, ov­vero anche del tempo rubato ai legittimi svaghi, sia durante un laborioso bivacco di servizio sia raccolto nella calma di un giorno di riposo tra gli ulivi della Valle del Gramolo, ha trovato il suo iter, lungo il quale egli si vede collocato in una mansione di concet­to e di responsabilità nell’attività lavorativa, spic­cato dall’anonimo numero demografico nella società e nel settore delle lettere uscito d’un tratto dall’inedito.

Vittorio Bartolozzi, benché di sangue toscano, è citta­dino sestrese, nato a Sestri Levante il 10 agosto 1936. Per quanto a noi consti, si rivela il primo poeta che libri i suoi canti lirici sulle brezze vallive del Gromolo silenzioso, donde scendono alla marina con itinerari e traguar­di che nessuno, oggi, può ancora pronosticare.

L’anno di rivelazione fu il 1971. Senza alcun tirocinio, in proprio o su riviste, nelle anticamere degli editori e senza che trapelassero le consuete indiscrezioni, nell’aprile pubblicò il suo primo volume Quadrangolatura. Nel settembre l’abbiamo visto ai Castelli ricevere dalle mani del sen. Giorgio Bo l’ambito riconoscimento di partecipazione al nostro concorso letterario nazionale Premio Hans Christian Andersen – Baia delle Favole.

Ora, accolto qui tra noi in un clima di schietta simpa­tia, socio anch’egli della nostra associazione e ospite straordinario, assistito moralmente dagli amici, in particolare da quelli del “Circolo Ricreativo Culturale “Virgola” di S. Margherita di Fossa Lupara, di cui egli è l’animatore culturale, la sua città natia, mediante l’Università Popolare, gli tributa l’onore di una serata, ma lo esorta nel contempo di non restar pago di questo primo avanzamento, poiché si è impegnato da­vanti al pubblico e con se stesso, e lo stimola a segui­re la via apertasi col talento e con la volontà, formu­lando l’augurio che gli arridano mete meno circoscritte e successi più duraturi.

3. Con le espressioni augurali, non dettate per for­malità bensì sgorgate da sincera e amichevole convinzio­ne, non è terminato il nostro compito: occorre ancora qualche considerazione sull’opera, giacché ogni opera, per il fatto che esiste, porta con sé una sua storia e ha una sua teleologia.

Il volume Quadrangolatura, considerato nell’aspetto esteriore e nella composizione di struttura, si presen­ta come una raccolta di 20 liriche, quali brevissime quali con sviluppo tematico di una certa ampiezza, di­sposte secondo un criterio del tutto personale. Il nu­mero della decina raddoppiata non accusa il limite di una selezione ad unguem, perché fra il centinaio di componimenti visti, letti e riletti se ne riscontrano altrettanti almeno per formare un altro volume di pari validità artistica.

Ma conviene inserirci nella genesi e nella valutazio­ne dell’opera, partendo da una nota di cronaca intonata all’ambiente. E precisamente la prima conoscenza col poeta avvenne in questo salone il 27 novembre 1970. Egli stava seduto tra il pubblico, come ognuno di voi, inosservato e attento alla prolusione del V anno accademico, tenuta dallo scrittore Nino Palumbo. Al termine, un amico comune (Il prof. dott. David M. Bixio, presidente dell’Uni­versità Popolare di Sestri Levante) lo presentò con la qualifica determinante di compositore di ver­si. Una stretta di mano e un arrivederci, perché, come la­sciò scritto quell’intenditore che fu Orazio, in generale, per ataviche deformazioni refrattarie a sistemi correttivi, il poeta è colui che quem vero arripuit tenet occiditque legendo, che è quanto dire: se ti acchiappa un poeta, non ti molla se non dopo averti asfissiato con la lettura dei suoi par­ti ideali!

Bartolozzi – è doverosa la precisazione – si comporta invece in modo degenere dalla tradizione appiccicaticcia della casta; è di poche parole, discreto, modesto, parla assai poco di sé, tanto che in un anno e mezzo di dimestichezza non ci ha mai letto una poesia sua. Onde vorremmo infliggergli l’ammenda di aprire questo secondo tempo con la lettura personale di una sua lirica inedita: quello che non ha fatto in privato, lo sconti ora in pubblico!

Ebbene, una ventina di giorni dopo, l’amico ci fece recapitare un plico dattiloscritto: erano le poesie da leg­gere. Per allergia lasciammo le cartelle in quarantena; do­po di che, una sera, incerti sul programma di lavoro, met­temmo mano ad esse e, a una a una, le facemmo scorrere tut­te quante. Le revisionammo in un tempo successivo. Poi scri­vemmo il giudizio e lo inviammo all’autore, che per tutte quelle settimane trascorse non osò, buono buono, la più lie­ve sollecitazione. Fissammo un abboccamento. Facemmo insie­me una scelta modellata sul principio critico callimacheo che in poesia “grosso libro è grosso guaio”; e questa fu corredata di prefazione. Come corollario delle operazioni comuni e dell’amicizia sorta e derivato a noi l’incarico del­la presentazione ufficiale del nuovo poeta sestrese.

4. Perché sono piaciute le poesie di Bartolozzi e ne in­coraggiammo la pubblicazione? La formulazione concisa di u­na risposta implicante un giudizio critico-estetico non co­stituisce il più semplice degli impegni da parte di chi è chiamato a pronunciarsi. Tentiamo, pertanto, di seguire un metodo empirico per verifiche, concludendo così il nostro as­sunto.

L’impressione prima fu quella di iniziare un collo­quio con uomo semplice, maturo di esperienza, angustia­to sì da problemi ma senza la presunzione di risolverli da solo. Sincera fu rinvenuta l’ispirazione nelle varie inquadrature attinte a situazioni oggettive e trasfor­mate da una fantasia imbrigliata alla realtà senza evo­luzioni e involuzioni. L’eloquio apparve sobrio ma ricco di variazioni, l’espressione aderente al contenuto e modulata con sensibilità personale perfino nel sistema strofico.

“Per le nove Muse”, esclamammo, “questo è un poeta, davvero!”. E quando sapemmo che egli in sostanza non era un dottore in lettere, ma un tecnico delle Ferrovie dello Stato senza un regolare tirocinio letterario, creb­be la nostra meraviglia unitamente al ben volere per ri­sonanza simpatica.

Dallo studio del testo nonché dalle conversazioni successive abbiamo rilavato che il suo estro poetico si sostanzia di motivi personali alimentati però da un sottofondo in modalità minore tendente al pessimismo. Formal­mente l’esposizione nella redazione definitiva è quella di un incontentabile, non però un raffinato decadentista. Prima di tradurre il suo pensiero in segni grafici, egli medita a lungo, poi fissa l’idea in termini provvisori, indi la costruisce nelle sua gradazioni e la lascia sedimentare par un tempo imprecisato. Ci ritorna, alfine, sopra: toglie, sostituisce, lima, cura meticolosamente; e, quando pare che il pezzo sia da licenziare, c’è an­cona qualche cosa d’insoddisfatto.

La sua posizione nella letteratura è “a-scolastica” nella duplice accezione qualificativa di non aver frui­to dei crismi metodologici e strutturali della scuola in generale e di non essere particolarmente vincolato ad alcuna corrente esibizionista contemporanea. Eppure la sua formazione si è maturata mediante la meditazione sugli autori del nostro tempo, dopo aver posato il pie­de sulla piattaforma tradizionale dei classici di ogni indirizzo. È, insomma, un indipendente nel suo credo     poetico, come già lo fu Giovanni Descalzo, non per prevenzione o per apatia, ma per sensibilità estetica o più esplicitamente per quella stesso temperamento, che lo porta alla riservatezza nella vita associata e alla tutela della libera ideologia nell’arte.

In tale clima di libertà concettuale a espressiva, di insofferenza all’etichetta di una scuola, di superamento autocosciente del didattismo estetico è nata la prima raccolta di liriche di Elio V. Bartolozzi. Per chi desiderasse poi conoscere l’esegesi del titolo, rispondiamo con la definizione fornita dall’autore stesso:

 

               Quadrango­latura può considerarsi l’atto e l’effetto d’una ricerca di misura umana. Un tentativo di chiarificazione interiore, a cui il poeta è giunto operando scelte determinate, ora d’indole morale ora ideologica, e secondo un criterio che non può essere altro che di natura soggettiva. Al contrario della parola QUADRATURA, alla quale si riallaccia per evidente significato sinonimico, QUADRANGOLATURA presenta maggiori simbiosi di contenuti semantici, non essendo come quella vincolata a una figura geometrica esattamente così ben definita. In conclusione si può senz’altro affermare, che QUADRATURA rappresenti con più proprietà il categorico, mentre QUADRANGULATURA l’irrazionale fantastico. 

Sestri Levante, 18 febbraio 1972.

IL DIRETTORE CULTURALE

(Dott. Prof. Celestino Brusco