La nostra furia

Finalmente la voce del vento

ci chiama. Accorriamo!

Finalmente potremo liberare l’Hyde ch’è in noi

e metterci a fare cose da pazzi.

Finalmente potremo scorrazzare sui monti,

sconvolgere le acque dei mari.

Finalmente potremo scoperchiare tetti,

camini, svellere piante.

Però, bisogna far presto:

la nostra furia dura tre giorni;

nove, se mai avremo fortuna.

Amarci

Amarci è accorgersi d’essere nati

in quel medesimo giorno:

            è gioia di crescere insieme.

Amarci è acquisire piena coscienza

di noi. Di te, di me:

            è consapevolezza di esistere.

Amarci è sterminata voglia di vivere,

incitamento a protrarsi in avanti:

            è credere nelle nascite nuove.

Amarci è fame di lasciarsi coinvolgere,

stordimento di svegliarsi non soli:

            è stupore d’essere un unico.

Amarci è un poco sottrarsi alle pochezze del mondo,

ebrietudine di sentirsi al di sopra e quasi invincibili:

            è smettere un poco di pensare alla morte.

 

Se non è questo cos’è che ci può chiedere la vita

Ce ne fosse concessa almeno una

di queste azioni conclusive… poterci

finalmente liberare di questo

peso gravoso di false reticenze.

possedere la forza sovrumana

di compiere i gesti

nel momento stesso

in cui ci vengono richiesti.

vivere! 

vivere i giorni senza

doverci continuamente pentire

per gli aiuti non prestati,

le parole non dette.

liberarci dell’ansia!

non nutrire più

mire segrete di dominio.

e di sopraffazione, soprattutto,

verso coloro che si rivelano

ben più indifesi e vulnerabili di noi.

Distruggere l’orgoglio!

e le notti?

non essere più costretti

a vivere di queste notti interminabili,

così piene d’insonnia

e di terribili visioni:

capaci persino di renderci

frigidi in amore.

dormire!

distenderci e dormire

spogli come bimbi.

acquisire la forza

d’augurare

il primo buongiorno

senza simulazioni

o altri infingimenti:

se non è questo, cos’è

che ci può chiedere la vita?

                                                               

Il mostruoso potere d’ogni singolo

Ah, questi bagliori di luce

così forti..! E noi,

inutilmente anche stamattina,

a cercare di frangere

le possenti mura dell’angoscia…

Poi silenzio nelle nostre tane,

battiti di cuore, ignobile

ostentazione d’armi micidiali.

E dentro, come un grumo

d’aria che si schianti:

è la vendetta del dio?

Ah, è questo che volevi, allora:

obbligarci ad ucciderci da soli!

Un qualcosa che imperversa in noi

come un tarlo, un male antico che

c’è fruito con l’avvento dell’Adamo:

il mostruoso potere d’ogni singolo.

Il soffitto s’inarca,

gira su se stesso:

che stia per avverarsi

la tremenda profezia

del mille non più mille?

Mio Dio, abbi pietà di noi.

Senza titolo

Ma cosa volete che importi a me

dei nuovi quiz mandati in onda alla TV

della gente che in turbolenta ressa

accorre ogni domenica a urlare sugli spalti

del mio vicino che senz’alcunissimo motivo

m’ha improvvisamente tolto il suo saluto

se appena appena riesco a trascinarmi

fin qui di sotto all’osteria

e ho soltanto una gran voglia di orinare?

Che fatica seguirti o mio giorno

Che fatica seguirti o mio giorno.

Io t’aspetto a braccia aperte

e te neanche mostri di conoscermi.

Per tua sempre indifferenza, a nessuna

delle speranze che in te ho riposto

mai hai voluto accondiscendere.

Eppure al tuo cospetto, ogni mattina,

mi presento puro e disponibile,

e nel tuo equanime amore io confido.

E in trepida attesa su te mi curvo,

ma la tua perfidia non ha limiti

né misura il tuo costante rifiuto.

Che fatica seguirti, o mio giorno:

se continui così, già sento fin da ora

che ci lasceremo senz’esserci amati.

Avverso a noi il tempo

Avverso a noi il tempo e brevi

i giochi dell’infanzia.

Pochi i sorrisi sui volti della gente.

 

I giovani corpi dei partigiani trucidati

adagiati su carretti trainati da mule

Le giubbe tutte intrise di sangue…

 

E l’urlo delle vedove che s’alzava

dalle case oscurate.

               E sui bimbi tremanti.

 

Nessuno che potesse più badare a noi ragazzi

se non quando nell’aria ruggivano proietti.

Ma solo per coprirci gli occhi coi lembi del grembiale.

 

La morte incombeva su tutto e su tutti

e sui soldati che c’insegnavano a masturbarci.

E a spiare gli amanti nascosti nei canneti.

 

E ora m’indigno e vergogno di me e di voi,

 o pànici mostri della mia infanzia.

 E delle guerre che ho imparato a odiare.

Sia come sia

Sarà perché sono appena rientrato

dai funerali d’un mio carissimo amico

ucciso da un cancro ai testicoli.

Sarà perché l’umidità s’è divertita

a scolpire minacciose teste di drago

lungo i muri tutti ricoperti di muffa.

Sarà perché sul giornale ho letto che ieri,

un bruto, ha di nuovo infierito

s’una bambina di non ancora undici anni.

O più semplicemente sarà perché con oggi

sono tre giorni che non possiedo una donna,

e ciò mi rende scontroso e di cattivo umore.

Sia come sia, un secondo di più io non riesco

a resistere, ed esco di casa per andare a puttane.

Tanto più che se arrivasse la morte

non voglio mi trovi qui inerte ad aspettarla.

Sestri Levante

Spiagge riarse

e ruvide scogliere

            su cui è differito

            ogni senso d’abbandono

nel primevo riscontro

d’ogni giorno

            dell’uomo con la terra.

            Orme di piedi ignudi

sulla sabbia,

ai lati delle barche

            ancora madide di pesca:

            sofferto vivere in assai

esigui spazi entro cui

ogni nostra speranza nasce

            e dove, assieme a noi, muore

            ai gridi forti dei gabbiani.