Ancora puri ancora nostri

Ma, allora, questo vagare

ai limiti del sogno

questo deflusso lento d’acque

questo ruminare versi all’infinito:

non è viltà. Non è paura,

né della fatica dei turni

usuranti d’ogni giorno

né dei presenti

né dei futuri bui

né degli inevitabili

cedimenti dell’età

né della morte.

Né dei tanti dolori

che potranno

attenderci domani…

Ma è solo un nuovo ritrovarci

a colloquio con noi stessi,

come ai tempi strepitosi

delle audacie:

ancora puri, ancora nostri.

Notturno

Tutto s’è fermato.

E’ immobile.

E’ notte: il cielo

versa le sue ansie

sulla terra sbigottita.

E in me ogni cosa

precipita e si muta.

Raccogli, o Terra, le mie carni

perché il cuore più non puoi:

s’è fatto d’aria.

Nel mezzo del mare

Nel mezzo del mare

lumeggia un faro di barca.

Ma se insisto a guardarlo

il mare si alza

ad unirsi col cielo,

e il faro diventa

una stella che brilla.

 

Sono felice, però, d’avere

una forza così nello sguardo.

 

Già penso, mia cara, al momento

in cui mi dirai trepidante:

– Ho in me un figlio da darti -,

quante saranno le cose

che il mio sguardo saprà tramutare.

Saranno infinite!

Alla nuova primavera

A te, fremente soggiaccio,

o nuova primavera.

Ad ogni marzo in me

trasformazioni profonde

si compiono:

e tornami il cuore adolescente.

E la mia carne s’inebria

d’un polline d’amore

e si rinnova:

nuova primavera delle carni,

la sola ancora in grado

di sapersi compiere spontanea

Se dalla chiusa dei giorni

Se dalla chiusa dei giorni

riemerge la voglia d’udire

quel suono di canto

e mi sorprendo a origliare

una voce di bimbo

e alla sera m’accorgo

di pensare a quel suono

e amo la sera per questo:

è uno di quei

            rarissimi giorni

            che reputo

            sia valsa la pena

            d’avere vissuto.

Agonia

Vita sommessa, sorgere indefinibile

in vuoti d’aria. Oscure cose

con le nubi ondeggiano

nel plumbeo livore della stanza

brulicante di statue evanescenti.

Neppure uno dei gesti consueti c’è consentito,

e i visi cari a svanire nel tumulto

dei grandi dolori delle carni.

Solo un ultimo fremito di labbra

ci accompagna ancora, oltre

gli estremi limiti del sangue:

forse è un nome urlato che più nessuno sente.

 

Forse che la vita

Forse che la vita sia questo

assiduo premere del sangue

alle pareti del cuore?

E se nell’effluvio ami talvolta,

e di te ti scordi,

e una parola ti schiude cieli d’oro:

chi è che vive, se ogni volta

– date le soverchie attese – in noi

le cose v’entrano già vecchie?

Ed eccomi smarrito

Ed eccomi smarrito:

la fronte piegata in attesa

d’un segno di consenso.

L’ora è morta, vuoto

il silenzio di questa stanza

dove – tetra compagna –

s’è instaurata la sconfitta.

 Di mio tanto orgoglio son punito.

Non più voce amica

su cui inquietudine si franga,

per mia colpa precisa:

se sono solo,

è perché non ho voluto

né testimoni né discepoli

in questa ultima mia resa

 senza condizioni.

 

Vaghi contorni

Vaghi contorni, giochi

gentili d’ombre, nella sera,

lungo le placide anse

dell’Entella.

E come per segreta magia,

ogni vecchio enigma si scioglie

in quest’aria ferma tra le foglie,

in questi silenzi alti di caverna:

e in me sento dileguarsi

ogni altra forma e ogni parola

che non sia quella che la te

aspettavo essermi rivolta, o sera.

Liguria

Scarno paesaggio di colline esangui,

su cui i tendini s’aggrumano

nella stoica fatica d’ogni giorno,

tra i muri a secco e le giogaie.

Non esiste menzogna qui da noi:

se nostra miseria ci rattrista

è ignavia di ciclope inoffensivo.

Né ardimento guerriero

più ci scuote e in ragionata attesa,

da infinito tempo ci siam posti:

la nostra forza è somma

di tante rabbie silenziose.

Le lampare del Tigullio

Se i venti sono pigri, la sera,

luci magiche salpano

a congiungere Punta Manara

a Portofino.

E nel turgido fluire dell’estate,

donne insonni seguono

da dietro le persiane

il lontano baluginare delle barche.

E a lungo ne spiano il ritorno:

le labbra dischiuse in languori

di carne indomata.

La notte di San Silvestro

In completa solitudine,

lontano dai festoni

e le girandole,

l’un dopo l’altro

macero versi. E al sommo

dell’impietosa disamina,

mani adunche

infieriscono

sui sarcofaghi

dei giorni morti;

e dei dolori imperituri,

le ferite

si trasformano

in altrettante

esigenze di fughe;

mentre, tra nuove esortazioni

e vecchie cose buttate,

s’avanza il primo giorno

riempiendo le strade di cocci

per ognuna delle nostre

infinite speranze precluse.

10 agosto

L’aria, oggi,

solleva aliti

d’un fuoco tattile

scorso

da vespe librate

in orde voraci.

E i pochi pensieri

– ancora non nati –

già svaniscono nell’afa

che sé stessa riassorbe

in sudorazioni

di corpi putrefatti

su dune di sabbia

e strami

di frante conchiglie…

E in un sordo frinir di cicale,

è il giorno malevolo

del mio ics compleanno

che non risparmia neanche il suo nato.

 

Sono le sette

Sono le sette: é già l’ora d’alzarsi!

Ma se penso al gran caldo di ieri

ai vapori malsani

che infestavano l’aria

alla gente accasciata sui tram

al penoso ansimare dei grassi

al sapore di fuliggine sporca

sulle labbra riarse.

Al sole cocente

che ti spaccava le ossa…

Se penso a ieri

quasi quasi mi fingo malato

e aspetto a uscire stasera

quando già tutti

saremo come risorti

sotto fresche e roride docce.

 

All’imbrunire

Ormai, il vento soltanto

è rimasto tra i cantieri

e le cave deserte. Sulla strada,

sospinta dai propri pensieri, la gente

affretta il suo rientro alle case.

Ogni nostra cosa, in quest’ora

dai più profondi riascolti, a noi stessi

più intimamente aderisce; e nella pausa

che abbiamo alle parole ognuno

s’accompagna a sé medesimo.

Spesso ci sovvengono le cose

tralasciate, i sogni di grandezza,

le parole sussurrate nello slancio

d’un amore giovanile:

ed ora non facciamo

che usare quelle medesime cose

per tornarcene a casa più svelti…

e ancora più ardenti che mai.

Nella tua alba di donna

Nella tua alba di donna,

giacevi con i fianchi dischiusi

al mio primo trasalimento.

Ah, il tuo viso così caro,

fatto di mille labbra

in una bocca sola:

è questo grande spazio vuoto

dove ogni mio pensiero annega

per generarne un altro uguale?

Ho perduto il precario equilibrio,

e ora intorno a te, centro,

tutto ruota: termine o principio?

Io so solo che con te,

più della metà del mondo

… è morto!

La metropoli

Cupe,

misteriosamente cupe

le vie

di notte

nella metropoli.

Grigio il cielo

lontano

troppo lontano

per essere

visto dalla gente.

Nel pallore delle luci elettriche,

le strade esangui convergono

in un groviglio d’ombre in agguato.

Striscia soppiatto l’egoismo,

rasenta le incerte sagome;

cozzano i sentimenti, si scornano.

Irrequieta la vita si agita,

urla tra le urla inudite

delle passioni più sordide.

Orrendi delitti,

passano silenziosamente inosservati

tra lo sfacelo di anime;

tutto è incerto e provvisorio:

mimetizzata è l’amicizia,

in segreto si coltivano i rancori.

Inferno di vita e di morte,

ingorgo d’anime in fermento:

è la metropoli che vive

delle aberrazioni ch’essa stessa

in continuazione produce.