Alla mia città

             ai suoi caduti sul lavoro

Grumi di sangue tra il verde delle palme

ai venti del Tirreno,

sulla penisola che fu già dei saraceni,

una volta, e dei corsari.

Non hai più, Sestri, i morti che galleggiano

con le bocche intrise d’alghe

dilaniati dalle mine: hai solo le lapidi,

e le madri che piangono, e i fratelli.

Sui borghi devastati dalla guerra

hai eretto vasti opifici:

fucine di schiavi che muoiono

sotto i carichi caduti delle gru.

Un urlo di sirene nel meriggio,

è un messaggio di lutto alla città.

Qualcuno è morto, sì, qualcuno

è morto: giù dove vivere già più

non era vero neanche la metà.

(Anni 60)

Attendere

Attendere che un poco di luce si mescoli

a questo buio fitto e impenetrabile

che da sempre ci avviluppa. Attendere.

Attendere che il sole si ripresenti alto

sulle vette dell’est, per poterci ritemprare

al suo benefico tepore mattutino. Attendere.

Attendere che il peso gravoso delle nostre croci

ridiventi per noi più tollerabile in un mondo, ormai,

completamente sovrastato dall’angoscia. Attendere.

Attendere che i boia di Buchenwal e di Orjol

siano definitivamente sopraffatti (e vinti) per poterci

di nuovo riguardare dritto negli occhi. Attendere.

Attendere la ricomparsa degli dèi crudeli e onnipotenti,

per esigere da loro un poco di quelle amorevoli attenzioni

che da sempre ci promettono. Attendere.

Attendere che il morbo dei turpi conflitti atomici

ci corroda le ossa, per poterci poi, soltanto più gridare

l’un l’altro: siete dei miserabili porci. Attendere.

Attendere che dai vocabolari sia definitivamente

cancellata la parola fratello, per non offendere oltre

il nostro vincolo più sacro e amorevole. Attendere.

Attendere che Maria degli altari ridiscenda

nuovamente fino a noi, per donare al duemila

un Cristo ancora più severo e fustigante. Attendere.

Attendere la morte come attendiamo nudi nel letto

la nostra donna, per poterci come sempre abbandonare

tra le sue amorevoli braccia a noi protese. Attendere.

 (Anni 60)

La mia lotta

(Alla visione del film “Il dittatore folle”)

E’ terribile! Le immagini

che si susseguono

atroci sullo schermo

riflettono

il più abbietto

rigurgito dei popoli!

            Ah, e riecco i vili

            squadroni della morte

            a puntare le armi

            persino contro le esauste

            tempie degli infermi

            riversi sui selciati;

            e quell’ossesso che s’erge

            sopra i palchi a urlare

            parole intrise d’odio,

            mentre altre sevizie e morti

            incombono sui ghetti, dove,

            ormai larve, gli Juden

            piombano a terra,

            invano sperando solo

            in un estremo afflato

            di cristiana fratellanza

            …                     …                     …

            e poi, il passo cadenzato della ronda

            che giunge da lontano

            come un micidiale sibilo di morte,

            e i feroci calci sferrati

            contro i ventri

            gonfi delle gravide,

            e gli innocenti gridi

            delle tante Anne Frank:

            implumi rondini trafitte

       lungo la loro

       appena intrapresa

            trasvolata della vita…

E poi, cataste di macerie

alte come monti;

fumo dalle case divelte; fuoco.

Fuoco che lambisce ogni cosa,

distruggendola. Brucia

l’intima pace delle case,

le suppellettili, il letto:

sul quale, forse, quell’uomo

sepolto sotto le travi crollate

del suo stesso tetto,

ebbe per la prima volta

la sua donna, che ancora

si stringe tra le braccia.

            Mein Kampf! Mein Kampf!: cadaveri,

            corpi ignominiosamente accatastati

            sopra i carri…

  e distruzione dove ogni

            dignità umana è cancellata…

            Mein Kampf! Mein Kampf!: questa

            è la mia lotta, urla il forsennato

            ordinando di porre a ferro e fuoco

            persino le macerie. Heil! Heil!

            Evviva! gli rispondono in coro

            le sue ignobili orde di caini.

Ma quel cadavere che ci guarda fissi,

che stringe quel poco di terra

nelle sue grandi mani

 protese verso il mondo,

ci accusa, e ci ammonisce!

Ci accusano e ci ammoniscono

i suoi occhi spalancati,

scolpiti nel terrore.

Ci accusano e ci ammoniscono

le case distrutte, i muri atterrati:

i sassi stessi corrosi

e deformati dal fuoco come sono!

Ci accusano e ci ammoniscono

gli sguardi atterriti

di quell’inerme gruppo di bambini

con le mani alzate, ignobilmente

sotto la mira dei soldati. Ci accusano,

ci ammoniscono… e ci umiliano,

o uomo del mio tempo!

            Mein Kampf! Mein Kampf!

            La mia lotta invece è: PACE!

            Pace per noi…

                        Ma in quanti siamo?

(anni 60)

Operaio di V categoria super

Addetto al banco dei comandi del quarto reparto

trafileria continua delle produzioni automatiche,

            col pollice destro

            pigio i pulsanti,

            sposto le leve

            con la mano sinistra.

Bianche, rosse, verdi:

per un attimo solo

(sul quadro comandi)

le spie relative

s’accendono,

e poi muoiono.

Ma, attento! è suonato il segnale,

il segnale d’allarme..!

Oh, mio Dio, cosa sta succedendo?

Schianti, scintille, frastuono: sembra

            proprio giunta la fine del mondo!

Ma dov’è che sono i pulsanti?

Verde, rosso, bianco, no!:

bianco, rosso, verde, è l’ordine.

Ne pigio uno, poi l’altro…

            finalmente ho ripreso il controllo.

Ma, ahimè, mi gira la testa,

mi sento svenire. Atterrito,

cerco un viso, una faccia:

dov’è la faccia d’un uomo?

            Guardo, ma intorno

            solo d’occhi meccanici

            pullula l’aria.

 

            Bianco, rosso, verde:

            un occhio si spenge

            mentre l’altro s’accende;

 

            quant’occhi ci sono!

            Mi guardano un attimo,

            e poi, puft, scompaiono.

 

            Sono fissi, lucenti.

            Sono vitrei…

            e mai che mutino sguardo.

 

            Bianco, rosso, verde:

            prima il pollice destro,

            poi l’altro, il sinistro.

 

            Prima la leva…

            appresso il pulsante:

            non c’è male che tenga.

 

            Tutto è istantaneo,

            preciso.

            Tutto è calcolato,

minuziosamente previsto…

  tranne la natura

  di questo povero cristo.

(Anni 60)


Magari domani

(L’uscita degli operai dalla fabbrica)

Suona la sirena

dell’uscita:

ed è subito una gara

a chi è primo

a balzare sulla moto.

Chi corre e s’allontana;

chi invece si ferma

alla curva della strada

a baciare la ragazza,

e poi via a sparire

tra le chiuse. Gemiti,

abbracci silenziosi:

ma la ragazza

(inflessibile e caparbia)

continua a rifiutarsi.

Il tempo preme: su,

non fare quei capricci!

Lo sai che in nome

di un certo putidus

deus nummus aureus,

da domani potrebbe

esserci negato persino

il poco tempo per baciarci?

(Anni 60)

È quasi già domani

                 (Vita operaia)

Incitata dal suo medesimo fragore,

zach!, la taglierina automatica scatta

a frazionare l’interminabile barra

di fetido laterizio appena trafilata.

Tach!… tach!… tach!…: i secondi.

Zach!, zach!, zach!, zach!: i pezzi.

Sono tanti! e così tremendamente lunghe

a passare le giornate! Inesorabile

la macchina t’incalza, freme, succhiandoti

ogni residua traccia di pensiero. E alla sera,

quand’è l’ora dell’uscita, dentro

ti senti come defraudato d’ogni cosa.

E appena giunto a casa,

di schianto ti butti sulla sdraio

e socchiudi gli occhi.

A poco a poco il sangue

incomincia a rallentare

e i sensi a tornarti sensitivi:

ed ecco rinascere in te

la coscienza, la vita…

e come d’incanto,

tra le mani, un nuovo

libro di poesie.

Ed è allora tutto

un lasciarsi andare,

uno smarrirsi tra le strofe e i versi,

fino a raggiungere

l’integrità di prima.

A questa magica scoperta

ti vien voglia di urlare,

urlare dalla gioia. Ma

sei quasi subito fermato

da una luce presagio:

è quasi già domani!

(Anni 60)

                 

 

Lettera inevasa

    (Dell’operaio migrante)

A mezzogiorno

ho ricevuto una tua lettera

che solo adesso leggo,

che è già sera.

Invochi una risposta e ti lagni

perché ti scrivo poco. Hai ragione.

Hai ragione, ma cosa posso dirti?:

che neanche il tempo di leggerti,

ho, quasi? Che la casetta,

col suo verde pergolato tutt’intorno

(di cui insieme abbiam parlato

tanto) mai potremo averla?

Che quasi mai neppure il sole

vedo qui rinchiuso, in questo

polveroso inferno di rumori

e terribili fuochi di fornace?

Il sole, l’aria, il mare e te,

amore mio, vi sogno sempre

(vi amo troppo) e vorrei tanto

potervi dire solo cose belle, allegre,

piene di gioia e di speranze nuove,

ma troppo arido ho il cuore

e logora la mente… (Può essere

che quando il muscolo è stanco

si cibi della mente?).

Lo sai benissimo

come anch’io vorrei tanto

poterti scrivere!

Ma per dirti cosa?:

che ho fatto mille

e ancora mille pezzi oggi,

in fabbrica, e sono stanco?

Ti scriverò forse domani,

forse domani, o amore.

(Anni 60)

 

Ai venti induriti

Siamo in sciopero: quindi

giù a darla addosso

ai crumiri. Crudeli scaviamo

la vita di ognuno di loro

a cercare l’offesa peggiore.

Carlo è un cornuto,

e su questo

gl’improvvisiamo un bel coro.

Fosco è un ladro,

e senza tema

glielo gridiamo sul muso.

Ad un altro gli diciamo

della figlia sgualdrina:

a tutti, ripetutamente urliamo

ciò che da tempo sappiamo

e pensiamo di loro. E loro,

impauriti, procedono svelti:

più d’uno, nell’intimo suo,

profondamente ferito.

Ma noi siamo davvero migliori?

Chissà quanti, tra questi che seguo,

tramano parole altrettanto furenti

per me! Basterebbe soltanto

che ora agissi altrimenti…

ma, alla fin fine,

chi se ne frega: la lotta è lotta,

l’importante è non prenderla in culo.

(1968)

 

Per nostra libera scelta

Per nostra libera scelta, in pubblica assise,

i pochi stanno decidendo il destino dei tutti.

Disapprovando quanto proposto,

ritenendolo ammesso, mi alzo

a parlare: – Signori, incomincio, scusate…

Ma ora tutti mi guardano come se fossi un marziano:

e allora io, confuso e mortalmente a disagio,

cerco di tirarla via in breve e alla svelta concludo.

– Scusi, ma lei ha mica il mandato! 

mi ribatte seccato qualcuno.

Sicché, il mio breve discorso

è anche privo di senso!?

(Anni 60)

Mi desto

Mi desto al frastuono del giorno

sul petto all’amante. Stordito

e un poco spossato, sprofondo

in derive di luce accecante

e quasi deliro: più nulla,

finalmente! 

che in me s’opponga all’ardore.

Remoto è il tempo casto dell’amore

in cui pensiero traeva esaltazione:

ormai spezzato ogni vincolo e rimossa

ogni proterva dannazione, in me amore

ha sapore di lini in cui si eleva

antica fragranza di selva.

E in te m’abbevero, mia fonte battesimale,

ogni volta che mia saldezza umana vacilla:

per essere ricongiunto

alla biga trionfale degli arcangeli!

(Anni 60)

Il tagliando di lotteria

Obbedendo a un impulso immantinente,

dal mutilato appostato al crocicchio

acquisto un tagliando, capace

(così almeno m’han detto)

di sistemare ogni cosa.

E senza attendere altro,

dentro mi sento già ricco.

Uniformandomi, quindi, al mio stato presente,

due passi più in là (visto che tutti s’aspettano

tale gesto di sprezzo da questo vecchio poeta

testardo e irriverente)

butto il tagliando nel bidone dei rifiuti,

in mezzo a un miliardo d’altre

cose laide e d’ogni tipo.

(Anni 60)

Di notte

Di notte la puttana si deterge ogni volta

dentro la sua bianca toilette di maiolica;

di notte l’anarcoide si stringe vieppiù

al suo sacco di candelotti esplosivi,

di notte il marinaio di copre d’infamia

al ricordo della sua donna lontana;

di notte la terra si serve dei gatti

per inviarci i suoi gridi d’odio e d’amore.

di notte il vento ci urla tra i pioppi

tutte le invettive che gli premono in gola.

di notte il giovane prete invoca il sacro perdono

per tutti i peccati di tentazione carnale compiuti.

di notte in ognuno di noi insorge più alto

il supremo terrore del fuoco dell’inferno.

Indenne al peccato, solo la puttana

è ancor degna di officiare i suoi riti agli dèi:

e al posto dell’incenso adopera sperma.

(Anni 60)

Finestra

Ai margini di una tragedia ungherese

Finestra: è un’eco di fervore

che prorompe nella stanza

al risveglio delle cose della terra.

Ma una voce sconosciuta,

un’ansia senza nome si schianta

e rimbalza sulle vette dell’est,

là, dove da noi, tanto agognata,

s’aspettava ci giungesse la luce.

Finestra: è un chiarore inopportuno

che frange l’assorta penombra

delle brevi pause meridiane. Tuttavia

il frastuono dei cortili non basta

a coprire il tumultuoso battere del sangue,

intento a sostenere

il doloroso precipitare delle idee.

Finestra: cascate di brina sulle guance

e sulla terra che s’abbruna. Ma nella

falsa quiete serale s’odono i tonfi

delle supreme verità perdute.

Dunque, non esiste altra cosa certa

all’infuori della morte!: ipotesi di vita

che può rendere il poeta suicida.

Gloria e amore, quindi, a tutti gli Esènin

e i Majakovskij che costellano la storia.

(Anni 60)

In visita ai cimiteri monumentali

Al 2 Novembre, ricorrenza dei defunti

Un ciuffo d’erica fiorita,

tra i loculi, e là in fondo

una tremula siepe di betulle…

E lo sguardo

che si protende all’infinito

con la fronte stagliata alta

contro il vento:

ed ecco un fiotto di sangue

che sembra sgorghi alla

radice contorta dei cipressi:

” Tu quoque, Brute, fili mi! “.

Istintivo omaggio

alla gloria imperitura.

Mentre sul marmo bianco (quale

labile e assai umile riscontro)

una sola bava essiccata di lumaca.

(Anni 60)

Alla maniera di Snoopy

          A Jan Palac

Sul tetto spiovente del capanno:

le gambe incrociate sopra il ventre

e la testa rapata a zero come i bonzi…

            e sulle labbra, un acre sapore

            di carne umana arsa viva:

improvvisa nausea che ci sale dalle viscere,

come a volerci rammentare quella non ancora

completamente rescissa, in noi, di Auschwitz

            e di Dachau. Ma potremo

       forse

       mai amarci, noi uomini?

(Anni 60)

Il tramonto

E per finire si ordirono trame.

Ah, quel rosso così acceso,

e quelle navi così rosse

con gli scafi affondati negli abissi,

a piegarsi melliflue sulle chiglie…

Addio! addio, dunque, a tutto ciò

a cui mi legano vincoli d’affetto:

com’è possibile credere ancora

nell’amore e nella natura buona

delle cose, se per nefasta strategia,

anche oggi ogni cosa

sembra ordire trame

di sediziosi presagi?

(Anni 60)