Noi non sappiamo

Noi non sappiamo. Spento il fuoco,

nel gelido antro d’una grotta ostile

già imperversa un nuovo fortunale:

Sparta assediata dagli opliti!

Anche la nostra città,

è oggi un oscuro fortilizio

dov’è bandita ogni ideologia

che possa distrarci dalla guerra,

o che possa, in qualche misura,

contrastarne il suo potere.

Invero noi, però, non sappiamo ancora

se quando il cipiglio delle opposte schiere

sarà scemato, potranno sempre esistere

viali su cui poter, io e te, chiacchierare,

mano nella mano, dei nostri particolari,

                intimissimi segreti.

E così, mi sei nuovamente apparsa

in sogno, o mia dolce beatitudine,

ma eri lontana e non ti giungevano

le mie invocazioni disperate.

Intorno a noi non v’erano più orti,

né sentieri, né teneri virgulti.

E anche il mare, oltre il molo derelitto,

era un limo di sangue raggrumato

sulle decrepite murate e i malfermi

dischiodati bordi delle chiglie.

Su questa terra ormai solcata soltanto

da voragini, cresceva a dismisura in me

l’anelito, l’impulso estremo

di raggiungerti: ma i nostri due atolli

erano sospinti sempre più lontani

da una vorticosa e inarrestabile deriva.

Ormai al mondo non esisteva altro dio

che il vento. Nelle bisacce

il nostro pane aveva fatto i vermi,

l’acqua marcita:

e sui cadaveri insepolti,

neanche il più misero dei ceri, ardeva.

(Anni ottanta)

Il treno della morte

(L’attentato al treno 904 del 23/12/984)

Per carità, non turbiamo il loro sonno,

i poveri fanciulli dormono, angeli puri,

e non gradiscono il frastuono.

                    Era

una tranquilla antivigilia di Natale,

e nella gaia attesa del Dio Bambino,

un rombo, e l’esile refe s’è spezzato.

Quindi, più nessuno può ritenersi

in assoluto estraneo, ormai:

né i più puri, né quelli che tra noi

lo sono stati assai di meno…

E, all’improvviso, persino il cielo

sembra non voler più ascoltare

lo strazio delle madri:

la crudeltà di Erode ci ha

di nuovo sopraffatti!

E così, in questo raggelato giorno

della Natività, un’altra croce nasce,

come la prima, e un rantolo sottile s’ode

attraverso l’aria contaminata, ispida

di morte. Altre speranze uccise,

altri sorrisi tramutati in pianto…

        mentre nelle case, come lampi,

        ardono i ceri e si consumano.

 

Non invochiamo alcuna pietà per noi,

che ancora siamo vivi, né una lacrima;

ma per i morti sì: che dai loro corpi

ignominiosamente profanati,

possa rigermogliare la speranza

in un amore grande, universale:

da sempre l’unico e inveterato

desiderio d’ogni nostra

più profonda aspirazione umana.

                      Questa

nostra d’oggi è quindi

una possente invocazione

nell’era della credenza assurda

della morte per la morte..!

        E ora dobbiamo,

con la più grande

        e umile

        delle volontà possibili,

        adoperarci tutti per ricondurre

        gli angioli e i pastori

        in quel presepe che stanotte,

        all’improvviso,

        pare essersi svuotato.

        (Anni ottanta)

 

I campanili si sono tutti inabissati

Su, abbranca questa lercia banconota,

o tossicomane questuante,

per trangugiare lira a lira la tua vita…

I campanili si sono tutti inabissati,

nell’ombra; e il giorno muore mentre

l’eroina corrode alfine le tue vene.

Più nulla, ormai, che in te s’opponga

al completo disfacimento del tuo io:

le strade straripano di luci, e tu

credi d’aver catturato il sole.

Ma l’aurora già s’approssima,

e dei tuoi grandi voli

con nessuno mai potrai gloriarti…

E così, oggi, anch’io ti sarei divenuto amico,

come il trafficante d’alcol con gl’indiani?

Comunque, io non voglio in  alcun modo

esser ringraziato, né tanto meno ricordato:

né da te né da tutta quella stolta congerie

di tuoi compagni, per assurda scommessa

dediti al vizio sfrenato del delirio.

Né dai loro occhi vacui,

troppe volte visitati dalla morte.

(Anni ottanta)

Madre chiamami presto domattina

Madre,

chiamami presto domattina.

L’alba, in calda luce

che scende giù dai poggi,

palpita in un’aria

che si schiarisce

al primo diradarsi

della bruma;

mentre, a traini continui

e quasi mute, le lampare

s’attraccano ai pontili.

 

Madre,

chiamami presto domattina.

Il pettirosso, all’apparire

 del primo raggio,

 suona la sveglia al bosco,

 e immediatamente s’odono

qua e là lievi guizzi d’ali,

 e schiocchi rapidi di tordo.

 

Madre,

chiamami presto domattina.

Da sempre ho amato assistere

al prodigioso dischiudersi

dell’alba e al magico

ridelinearsi delle infinite cose:

con dentro agli occhi

i dardi infuocati del primo sole

che spiove alto,

tra i rami larghi dei pini,

e i penduli olivi.

 

Madre,

chiamami presto domattina.

– Perché, figliuolo?

– Qualcuno, madre,

dove pur essere presente

all’autodistruzione!

 Almeno… almeno per gridare..!

 

– Madre,

ascolta, ascolta dell’ultimo

terrificante monito

di Hiroshima, e capirai..!

 

corpi orribilmente

corrosi dalle fiamme

e soffocati dai miasmi,

giacciono qua e là

con le membra spezzate

 e gli occhi enfiati:

 come d’improvviso

 schizzati fuori dalle orbite..!

 

pietrificati pargoli

succhiano soltanto più

sangue contaminato

dalle mammelle

 squarciate delle madri..!

 

mentre gli uomini vagano

come inebetiti,

strappandosi

 con furia il membro

 perché ormai non genera

 che mostri..!

 

Madre,

chiamami presto domattina.

 Affinché io mi possa

 immediatamente sincerare

che questo nostro mondo

sia giusto ancora lì,

al posto suo, di sempre.

        E che sulle piazze

        e tra le case,

        continui a scorrere

        la tranquilla

        e ordinata vita

        d’ogni giorno..!

e che spontaneamente

(nei fortuiti incontri) 

si veda sgorgare ancora

un fresco sorriso

sui volti della gente..!

        (Anni ottanta)

Inclusioni e smarrimenti

A lunghi passi

stanchi

stancamente

percorro

interminabili sentieri

polverosi

(di mie stesse scorie disseminati)

fiancheggiati da due alti

filari di cipressi.

(Come a Bolgheri!?).

 

Lunghi filari di candido biancospino

dai lunghi pungiglioni.

Lunga l’attesa;

e lunghi i passi

mossi

uno dopo l’altro

stancamente

verso

una meta

a me

non ancora

del tutto rivelata.

Lunghi sentieri polverosi.

Lunghi filari

interminabili

di visi

pietrificati

di donne.

Bionde

brune

dalle folte sopracciglia ambrate.

Vitree

nei loro sguardi opachi

                       inespressivi,

                        come scolpiti

                               nella cera.

Lunghi filari

di bocche spalancate

(anonime)

dalle quali,

ininterrottamente,

fuoriescono

urla terrificanti:

la cui eco

(d’inaudita violenza)

si ripercuote all’infinito

sui tetti delle auto

        che furiosamente

irrompono

in una scia

                               estremamente

cancerosa e nauseabonda.

 

Lunga, estenuante attesa.

E lunghi inseguimenti,

sull’asfalto fuso

dall’infuocato solleone.

 

E poi raggiunti,

e inesorabilmente trafitti

da queste micidiali vampe

siderali: mentre altre

interminabili file d’auto parallele

continuano, rombando,

a sfrecciarti

inesorabilmente accanto.

Lunghi palmizi (svettanti

  nell’indaco cielo)

che strenuamente s’oppongono

alla furia devastatrice

dell’uragano

che a più riprese,

        ululando, si scatena:

totale e assoluta,

ormai,

si configura la disfatta!

 

Lunghe file

interminabili di

(pseudo?) cadaveri

(ahimè, s’estendono

fino all’orizzonte!)

                                       ordinatamente posti

uno accanto all’altro

(dalle connotazioni, però, da me

non ancora completamente rilevate)

che trivi e insistenti

mi fissano

come a volermi comunicare

  qualcosa di più significante.

Ma io, esausto dalle interminabili lotte

(incruenti ma non per questo

meno distruttive e micidiali)

non riesco a cogliere sui loro volti

nessun recondito messaggio.

Lunghi corridoi

(bui)

tappezzati da lunghi scaffali

sorreggenti

interminabili file

di libri polverosi:

ingialliti nell’attesa

che qualcuno

(nei secoli trascorsi)

l’aprisse,

oppure

(or ora) li apra.

E ancora,

come per mio supremo dileggio:

lunghi sentieri polverosi

(percorsi a lunghi passi)

continuamente fiancheggiati

da miriadi di visi

pietrificati

di donne,

posti uno accanto all’altro

su entrambi i muretti della via

(al pari di due nefande siepi:

cupe,

tentacolari,

soverchianti).

Ed è tra queste lunghe file

di visi disperati e sconosciuti,

che invano io cerco te, o Idria.

…      …      …      …      …

Lunghi passi,

ormai stancamente

mossi l’uno appresso all’altro,

verso una meta

che sempre di più s’allontana

si sgretola e svanisce.

Affranto

 o forse solo deluso,

mi siedo

su quello stesso muricciolo

dove

un numero infinito

d’altri disperati come me,

m’attendono:

(che sguardi delusi e febbricitanti,

appalesano anch’essi!).

Li guardo…

una grande voglia di quiete

e di pace assoluta

m’assale:

e fors’anche (pacificatore

e profondo)

un recondito desiderio

di morte.

(Anni ottanta)