A Idria

Amaro il risveglio. Ovunque mi volti

la mia dilacerata esistenza  io sento,

che mi stronca l’ardore. O Idria,

tra disinganni, indifferenze e inopie

solo il tuo volto è ancora un augurio

in quest’alba dai rintocchi già funebri.

                (… e in alto, sulle cime,

abbondanza di avicole per le poiane

in sciami esaltate: ma che sorta

di occulto messaggio è mai questo?).

E le soglie accidentate

non sono che logore pietre di arenaria

lungo i riarsi acciottolati, dove noi

teneramente inseguiamo un sorriso

e dove una vita beffarda, ahimè,

quasi sempre, sull’ultimo gradino,

ci precede. E per nessuno sembra

vi siano scappatoie…

E neanche aderire a nuove idolatrie

in fondo sembra serva a qualcosa:

ma noi un po’ di quiete

potremo allora averla mai?

Forse una volta saltato

lo steccato. Forse allora.

Ma da vivi no:

ce ne stiamo, come le ginestre,

inutilmente abbarbicati sull’orlo

degli orridi burroni.

(Anni ottanta)

Gennaio

S’alza un dubbio dal ventre della sera;

e la vita rimbalza sugli infissi

e sui vetri che trasudano di tedio.

Sui fili d’erba danzavano farfalle,

a primavera; e i pulcini, cicalando,

tornavano alle chiocce. Ma non voglio,

qui, edificare inutili ricordi, né poetare

stanchezza dalle labbra, né parlare

della tristezza autunnale, ch’è dolcissima.

Vi sono giorni in cui ogni equilibrio

sembra ti abbandoni e rimani per ore lì,

sradicato da ogni tuo sicuro tempo e luogo.

E come fantasmi irreali, le cose

più indesiderate ti si parano davanti:

a sciami quei ragazzi che a migliaia

muoiono nelle doglie della droga

senza riuscire per loro a recitare

neanche una misera preghiera.

Sarà forse questo nostro tempo

così aspro (i poeti sono tutti morti!)

a indurci misericordie all’incontrario:

oppure il nostro è il cedere implacabile

ad un esoso, e ancora completamente

sconosciuto dio della vendetta?

           (Anni ottanta)

 

Genova all’alba

(Uscendo dal turno di notte)

Sopra di noi il cielo

(lentamente)

che s’illumina.

Così deserto è il mattino

che ogni suono rimbomba

e si moltiplicano le ansie.

Genova ancora dorme:

e il suo sonno

è come una voragine

che tutto assorbe

e trasforma,

senza mai nulla

completamente svelare.

E pure un senso

di assodata violenza

è in tutto questo:

e in quest’aria malsana

che sale dalla rada,

un quasi afrore

chimico di morte.

E come in un’eco

sorda ed infinita,

dai primi giornali

del mattino

apprendiamo la notizia

del solito accoltellamento

tra marinai fradici di whisky

dell’ennesimo ragazzo

schiantato dalla droga

del consueto òmo

aggredito dai teppisti.

Ma non come a quest’ora

Genova

è completamente diversa:

quasi l’enfasi di un incubo

che si scioglie e svanisce.

Fra poco

tutta la sua gente

si riverserà nelle vie

in una fiumana

che non conosce soste,

né barlumi.

Adesso, invece, è solo

il grande spazio vuoto delle strade

ad essere assieme a me randagio:

a non saper dove sbattere la testa.

 (Anni ottanta) 

Ottobre

O Idria,

quale tua indegna ombra

io sono,

e ai tuoi piedi depongo

la parte

più ancora pura

di me.

Le amare sconfitte via via subite

non più di tanto, in scompaginati

ricordi, mi turbano, ormai:

e il tuo amorevole giaciglio

è l’unica fonte di salvezza

dov’io mi possa ancora abbeverare,

o mio dolce sussulto,

anche se nelle carni ho profondi

gli squarci

dei miei ripetuti naufragi.

Sicché noi non siamo

che granelli di sabbia

in balia della cieca furia

dei cicloni, e il nostro

disadorno ottobre non fa

che aggiungere ulteriore

caligine a questi già laceri

orizzonti: deserte riviere,

bolle di sapone sperdute

nel vento e nello sterminato

grigiore delle spiagge.

Ma poi,

chissà se a noi, dell’estate,

ci mancano di più gli odori sapidi

o l’ardimento dei giovani

che si tuffano, farfalle ignare,

a capofitto,

nel tumultuoso groviglio delle onde.

  (Anni ottanta)

 

La regata

E come in un forsennato ripudio delle cose

fuggono sull’infinita distesa i motoscafi.

E un rombo solo adesso scuote l’aria…

Mentre la baia è tutta un sciabordare

di marosi che si schiantano gli uni

sugli altri; e tra i flutti, poi, come

una corolla di farfalle in volo, gli scafi

guizzano oltre il promontorio

inghiottiti dall’abisso che neanche più

il loro stesso fragore li raggiunge.

E noi qui, inerti e vacui come sempre,

a sognare inutilmente ermi paradisi.

… mentre la risacca

è ormai solo più un rantolo,

una squallida pandea che s’espande

e accoglie tutti noi, alide crisalidi,

nel suo crogiuolo di sguardi

che s’intersecano al di là, ognuno,

del proprio misero passato;

e degl’incerti varchi del futuro.

E’ vero, noi dell’età di mezzo

non abbiamo mai posseduto

un vero approdo. Non c’è

appartenuto né il culto dell’eterna

infanzia, che c’è stata falcidiata

dalla guerra, né i globi scintillanti:

pure assai esili e rari gli stimoli di fede.

Noi siamo i vulnerabili figli

di quella poltiglia ideologica

che ci ha esaltato e corroso il sangue

come un micidiale ossido di ferro..!

O Idria, chissà se il nostro è stato

un grido d’amore o di dolore:

chissà se saranno di più i fuochi

che abbiamo saputo accendere, o quelli

che inavvertitamente abbiamo spenti?

Troppe, invero, le cose che ci son rimaste

implacabilmente ignote; e troppe quelle

che ci hanno mortalmente spaventato

nel nostro inesorabile e cupo sgretolarci.

A occidente intanto il sole schiuma:

e ogni cosa sembra che si annienti ora

(come in una ciclopica iride riflessa)

nella smembrata luce delle acque.

                                    (Anni ottanta)

Corri

Corri,

o cavaliere galoppante,

e tendi il tuo vigore fino

agli estremi lembi della notte.

        Corri,

        o cavaliere galoppante,

        e tendi il tuo sangue generoso

        fino all’estrema libertà.

Corri,

o creatura prodigiosa,

fin dove freme d’amore la tua stirpe

e l’ombra sublima la tua essenza.

        Corri,

        o creatura immacolata,

        fino alla fonte cristallina

        dov’è regola perpetua

vivere

            librarsi

                          trionfare

        coniugare la vita con la morte

        in un rito che da sempre

        si protende all’infinito:

        a nostra suprema

        e incancellabile memoria…

Corri,

        e che l’eco

                ti mantenga

                sempre vive

                               tutte quante

                               le promesse..!                                                 

E che tu possa al fine

raggiungere l’equilibrio

che più ti è consono,

nell’arduo procedere

attraverso l’uomo e l’universo:

oltre il fugace e penoso

nostro trascinarci lungo

le miserevoli angustie della terra.

 (Anni ottanta: al cavaliere etrusco della Tomba dei Tori di Tarquinia).

 

E in te mi dimensiono

E in te mi dimensiono,

o intrisa terra

d’anime e velieri senza nome.

E alla sera

il vento di scirocco

più non mi porta

né canti

né antichi sogni.

Né sconfinati mari d’illusioni.

Stai pur sicura

che il tuo

deprecabile potere

già m’è tutto

manifesto:

e in me

non v’è più nulla,

ormai,

né da poter sottrarre

né da poter tradire.

(Anni ottanta)

Estate in Val Venosta

Tu, o mia passione, già sai di me

ogni cosa. E per noi, oggi,

l’aria germoglia, il sole brilla.

E sulle lontane vette,

silenziose, squamano le nevi.

Nel mormorio del vento

di questo secolare bosco

che ci circonda, fatto goloso

il nostro sangue s’unisce

al rogo dell’eterna fiamma.

E l’opprimente mondo dell’asfalto

e dei sovraffollati condomini,

come d’incanto, si dissolve:

altro più non conta,

né il cipiglio dell’aquila

in agguato né la fuga

del cervo, anima che vaga

(fremente e timorosa quanto noi)

tra il fitto occhieggiar dei tronchi.

 (Anni ottanta)

St. Valentino a.d. Muta

Sugli sconfinati prati della Muta,

a quest’ora, non dovrebbe quasi

esserci più neve. Lo so, è una

delle irrefrenabili propensioni

della mente: ma chi mai ha detto

che la bellezza, pure se appena ritrovata,

non trascorra veloce come il sogno?

E in me sento già l’ampia valle

risuonare d’echi e di vogliose

grida d’aquile e marmotte:

sorgete, o creature prodigiose,

nessuno viene dopo di voi

nessun altro prima…

E con ancor più intenso amore,

io su di te mi chino, o Idria,

che nel tuo grembo

il mondo intero, per me,

hai sempre serbato… 

e ancor racchiudi.

E tutto l’altro, per la tua vicinanza,

sempre più lontano mi traspare:

e già sento che a maggio

non avremo occhi che per noi,

in quest’oasi dai nettari impazziti.

                                         (Anni ottanta)

 

Anche stamattina sento che ti amo

Anche stamattina mi sveglio

in una tetra e disadorna

camera d’albergo, e penso a te.

Anche stamattina – ripetutamente,

per non perire – fisso il mio sguardo

in fondo a una scipita tazza di caffè,

e senza tregua penso a te.

Anche stamattina, mentre mi rado,

scruto con ansia le mie gote smunte;

e improvvisamente m’assale

come una vertigine, e penso a te.

Anche stamattina, solo e triste

come un cane abbandonato,

m’inoltro nelle convulse vie di Roma

(come al solito, così poco ospitali)

e negli ingorghi, senza posa

elucubro progetti, tolgo,

aggiungo, decido, impreco;

e, immancabilmente, penso a te.

Anche stamattina, in Via dei Fori,

in mezzo a tutta quella gran messe

di vestigia abbandonate, ho scorto

la prima viola bell’e germogliata:

oh là, la pubertà di marzo

s’è fatta donna. Mentalmente,

organizzo allora il mio ritorno,

e penso a te.

 E al di sopra dei clacson

che mi frantumano i pensieri, come sempre,

anche stamattina sento che ti amo.

                                             (Anni ottanta)

 

Appena l’aierino del mare

Appena l’aierino del mare vibra

tra questi dirupi ricoperti di olivi,

e su questa casa che sembra un’arca

che s’aderge tra i pini, in ogni mia

più recondita fibra sento che tutto ciò

è ormai parte imprescindibile di noi.

Qui il Tirreno dispone; e l’orizzonte

non è uno spazio conchiuso bensì

un’irresistibile tentazione che incanta

i poeti e rende più irrequieti gli spiriti arditi:

Descalzo, Caboto, G.B. da Ponzerone,

vi porsero l’orecchio. E il cuore.

Uno stormo di alaude volteggiano in alto

(neanche le nubi, qui, possono imporre confini!)

e l’aloè svetta il suo rigoglioso peduncolo:

appunto, un altro ventennio è trascorso.

Ma qui il tempo non ha fretta; qui i ragazzi,

da sempre, scolpiscono grandi velieri di sabbia

e balzano, come alipedi, sui picchi

sognando di approdi lontani… e ardite

gesta corsare. E le stelle che alla sera

si rincorrono sopra le onde,

hanno, per noi, assonanze concordi

e preclare: sono i ceri che ardono

per quelli di noi che son morti per mare.

O almeno così, da sempre, amiamo pensare.

          (Anni ottanta)

 

Da vecchio nocchiero

Tra rabbia e sudori, a te

approdo oggi, o amara terra,

da vecchio nocchiero smarrito:

amante

quando s’alza la luna

trascinata dal vento.

Cinguettano i sistri

nell’orto, tra i pini,

e le dalie ingiallite.

E al di là delle ombre

inspessite, s’adergono

le lontane nostre dimore:

meandri riempiti d’ogni

più dolorosa rinuncia

da noi sopportata,

quando alla sera

anche il sole, giunto

allo stremo, si spenge.

       (Anni ottanta)

 

Agli amanti della luna

O amanti della luna,

        che vivete con gli occhi

        immersi nella profonda

        e mistica luce della notte,

        non badate a noi

        misera schiera di larve:

non vedete che pupille smorte abbiamo?

        E poi, dite, il nostro

        disamore per la luna,

        ci ha resi forse

        migliori? O anche,

        d’un solo milligrammo

più sicuri?

  (Anni ottanta) 

 

Questo mio incommensurabile acro di bosco

Da mattina a sera,

oggi ho colto lamponi

e mi sono cibato di more.

A una a una l’ho liberate

dalle spine, e goloso

ho assaporato manciate

di succulenti corbezzoli

tra l’improvviso guizzare

di spaventati ramarri.

E poi, sazio,

sul soffice muschio

mi sono costruito

un comodo giaciglio:

e a occhi aperti

ho sognato

guardando il sole

frullare alto

tra i rami svettanti.

O Dio, ti prego,

pure domani rifammi

mirabile dono

di questa mio

incommensurabile

acro di bosco!

(Anni ottanta)

 

La civetta

Dalla tenebrosa notte, il tuo grido

s’alza a frangere la quiete.

O creatura immonda, voce di morte

che risveglia in noi orrendi spettri…

Anima che dà timbro ai vuoti

e accende il dubbio al fuoco

dei rimorsi. Non c’è speranza,

lo so: dopo di noi, altri

(irrimediabilmente) correranno

incontro alle illusioni,

                sperduti labirinti;

e malgrado non avranno da te,

mai nessunissima risposta,

strenuamente busseranno lo stesso

alla tua porta:

              ineluttabile castigo.

Ombra al cui gemito s’infrange l’uomo

e ivi soccombe: lacero e confuso.

(Anni ottanta)

 

Sospesa nell’azzurro

Sospesa nell’azzurro, s’accende

una gloria di sole sui picchi.

E i precipizi.

E le cupe ombre

dei faggi, che (come giganti falciati

in battaglia) s’adagiano sugli ermi

sentieri.

E gli orrendi crepacci.

Ma il silenzio, soprattutto,

nel fondo.

Profondo.

Quel silenzio che s’impone

come una presenza assoluta

dell’alba…

e dell’aria,

che aggrappata agli stami del tempo

s’alza a levante

col fervore d’una farfalla

appena sbocciata.

(Anni ottanta: gita sul Monte Penna)

Le alghe

Ondeggiano sul fondo del mare,

le alghe. Concordi e melliflue

si dondolano in dolce armonia,

ma nel loro groviglio

nascondono segreti di morti

misteriose

e urla di pianto inudite…

        Se t’avviene talora

        di scrutare giù,

        tra le chiome fluenti,

        scorgi sovente guizzare

        tra esse, piccole vite

        fuggenti impaurite:

        che nessuno potrà

        mai più difendere,

        né mai più salvare.

E a ogni attimo

una nuova tragedia

ha termine

e a ogni attimo,

l’onda successiva

un’altra uguale

ne prepara.

        Stesso a noi:

        per ogni nostro

        (sia pur breve)

        attimo di vita.

(Anni ottanta)